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“Mind the gap”: all’Università Statale di Milano si fa il punto sullo stato della ricerca italiana
by Luca Marelli
27 June 2016

La questione del finanziamento alla ricerca in Italia – tema di strettissima attualità a partire dal dibattito scaturito dalla vicenda Human Technopole – ha trovato spazio nell’incontro svoltosi venerdì 24 giugno presso l’aula magna dell’Università degli Studi di Milano. Organizzato in collaborazione con il Gruppo 2003 per la ricerca scientifica, composto da alcuni tra i ricercatori italiani più citati nella letteratura scientifica a livello internazionale, l’evento si proponeva di articolare una riflessione interna alla comunità scientifica rispetto allo stato della ricerca nel nostro Paese. Con l’obiettivo, implicito quando non esplicitamente dichiarato negli interventi dei relatori, di ratificare una consensus view a partire dalla quale iniziare, per quell’ampio gruppo di scienziati costituenti, de facto, un alleanza trasversale a svariati settori della scienza italiana, a tessere un dialogo con l’interlocutore politico.

I saluti istituzionali da parte del rettore dell’Università degli Studi di Milano, Gianluca Vago, hanno inquadrato efficacemente il perimetro dell’incontro. Partendo dal grande avvenimento del giorno, il voto inglese in favore del Brexit, l’abbandono dell’Unione Europea, Vago ha sottolineato come l’argomento “TINA”, ossia quello per il quale «there is no alternative» da opporre allo status quo, sia ormai un argomento logoro, che non può più risultare convincente. «Le cose comunque accadono – ha argomentato – e quindi bisogna porsi nella condizione di essere in grado di governarle. È venuto il momento di dirci le cose come stanno». E ciò vuol dire, rispetto al tema della ricerca, dismettere l’abusata retorica della conoscenza come motore di sviluppo, e iniziare a ragionare nei termini di strategie concrete da implementare, tanto per aumentare l’entità dei finanziamenti destinati alla ricerca, quanto per massimizzarne l’efficienza nell’impiego.

Le relazioni introduttive di Luca Carra, direttore di Scienza in Rete, e Maria Pia Abbracchio, docente di farmacologia all’Università degli Studi di Milano, hanno delineato un’immagine impietosa dello stato della ricerca italiana. A fronte di un cospicuo sottofinanziamento, tanto da fonti pubbliche quanto, soprattutto, da quelle private, la ricerca italiana – che pur ben si posiziona nelle classifiche internazionali in relazione alle scarne risorse a disposizione – sconta anche un problema strutturale dovuto all’assenza di un’agenzia nazionale per la ricerca, incaricata di garantire l’efficacia nell’erogazione delle risorse attraverso bandi competitivi.

Tema, quello della necessità di un’agenzia nazionale per la ricerca, avvertito come tanto più urgente a fronte della progressiva riduzione dei finanziamenti europei alla ricerca di base, a beneficio di quella applicata. Al riguardo, la Abbracchio richiama i risultati di uno studio comparativo da lei condotto in collaborazione con altri membri del Gruppo 2003, in cui emerge come in tutti gli altri Paesi europei la presenza di una (o più, come nel caso del Regno Unito) agenzia nazionale per la ricerca sia in grado di svolgere un ruolo efficace nel supportare tanto la ricerca, soprattutto di base, non finanziata dall’Unione Europea, quanto la ricerca funzionale alla realizzazione di una pluralità di obiettivi socio-politici avvertiti come pressanti nei vari Paesi in questione.

Nel suo video-intervento, Giorgio Parisi, fisico dell’Università La Sapienza di Roma, si è invece soffermato su un tema, quello del finanziamento alla “ricerca diffusa” – e cioè quella ordinariamente condotta nei vari centri di ricerca italiani –, troppo spesso posto in secondo piano rispetto a quello del supporto alla ricerca cosiddetta di eccellenza. L’argomento di Parisi – che può essere ricondotto a una tradizione di pensiero liberale risalente almeno a John Stuart Mill – si fonda sull’assunto che non è possibile decidere anticipatamente ciò che evolverà in ricerca d’eccellenza e che, di conseguenza, tagliare i fondi alla ricerca diffusa equivale a minare le basi su cui l’intera piramide della ricerca, il cui apice è rappresentato da quella d’eccellenza, si regge.

Molto atteso l’intervento di Elena Cattaneo. Sulla scorta di grandi classici della riflessione epistemologica e filosofica del secolo scorso, quali Jacques Monod e Michael Polanyi, la neuroscienziata dell’ateneo milanese ha posto l’accento sui problemi culturali ed etici della ricerca nel nostro Paese, relativi al moltiplicarsi dei condizionamenti che impediscono l’esercizio autonomo della ricerca e agli interessi personali che conducono spesso i ricercatori a prendere posizioni di opportunità nei loro percorsi professionali.

Dopo un’articolata disamina di modelli top-down e bottom-up di finanziamento alla ricerca non poteva mancare, nella relazione di Elena Cattaneo, un riferimento esplicito al convitato di pietra dell’incontro, quel progetto Human Technopole che ha di fatto costituito il casus belli per il riaccendersi di un dibattito pubblico sulle politiche della scienza nel nostro Paese. Come già ampiamente argomentato in altre sedi, per la senatrice a vita Technopole rappresenterebbe una dipartita dalle best practice adottate internazionalmente nel finanziamento della ricerca scientifica, per via del suo modello di governance opaco, dell’assenza di una gara competitiva per la scelta del progetto, e dell’assegnazione dei fondi in modo discrezionale e indipendente dallo svolgersi di una competizione tra progetti differenti.

 

L’intervento di Cingolani

Da segnalare, infine, la presenza all’evento di Roberto Cingolani, direttore di IIT e responsabile incaricato dal governo della redazione del progetto Human Technopole. A margine dell’incontro, in cui non figurava nel parterre dei relatori, Cingolani si è ritagliato uno spazio di intervento con i giornalisti presenti, per rispondere indirettamente alle critiche ricevute. «Io sono un servitore dello Stato. Quando lo Stato mi chiama io mi metto sull’attenti», ha dichiarato. E ha continuato: «io sono un ricercatore, faccio ricerca, non è mio compito occuparmi di questioni relative alla politica della scienza. Quello che posso solo dire è che, quando la Cattaneo delinea la sua idea di etica della scienza, quello è il suo parere. Per me etica della scienza significa invece rispondere alla chiamata dello Stato, se lo Stato ritiene di avere bisogno delle mie competenze».

Rispondendo alle critiche sull’erogazione dei finanziamenti a IIT, una cifra di 80 milioni di euro, per la redazione del progetto, Cingolani ha rimarcato: «naturalmente, se il progetto non verrà assegnato a IIT, non potremo usufruire di quegli 80 milioni, che infatti non abbiamo messo a bilancio. Quei soldi al momento sono in Banca d’Italia, non nella disponibilità di IIT. Se non sarà IIT a condurre il progetto, ma un’altra istituzione, sarà quest’ultima l’assegnataria di questi fondi».

Ribadendo lo sforzo di mantenere un tono conciliante di fronte alle numerose critiche ricevute («guardate, mi dicono di tutto, mi danno anche del corruttore!»), pur nelle necessità di tutelare i dipendenti e ricercatori di IIT, Cingolani ha risposto alle accuse di opacità nella governance del progetto asserendo che «il progetto Technopole sarà fatto dagli scienziati che vi prenderanno parte, che saranno reclutati internazionalmente, attraverso una gara, attirando cervelli da tutto il mondo».

Inoltre, rispetto alla questione di un utilizzo di fondi pubblici da parte di IIT in assenza di una gara competitiva, il direttore dell’IIT ha chiosato: «Redigere un progetto fa parte del lavoro di ogni ricercatore. Per lo più, come nel mio caso, se sei un ricercatore pagato dallo Stato. Non è che chiedi soldi se devi presentare un progetto, come non hanno chiesto fondi aggiuntivi i rettori delle università con cui abbiamo collaborato per Technopole, a partire dal rettore Vago. Naturalmente il discorso cambia se ci verrà chiesto di prendere parte alla fase di lancio. A quel punto, se bisognerà distogliere 100 persone dal proprio lavoro quotidiano per occuparsi di Technopole, è chiaro che queste persone bisognerà pur pagarle…»

 
European Institute of Oncology (IEO)
Post-Doctoral Fellow